Il terzo uomo

Sono lì, ai semafori, dalla mattina di buon’ora alla sera, ad incassare le scortesie, i rari “no grazie”, i rarissimi assensi con sufficienza, seguiti da qualche moneta fatta scivolare dalla fessura del vetro calato al minimo per non perdere il calore del riscaldamento o il fresco dell’aria condizionata; loro no: al caldo e al gelo continuano ad offrire la loro non richiesta prestazione.
A volte sono miti e discreti, a volte invadenti; ma tentano, in un paese dove sono venuti con tante speranze, di avere un ruolo; di offrire un servizio, non richiesto, inventato,  a volte fastidioso, ma che  faccia loro avere un guadagno, ottenuto in cambio di un lavoro.
Stava procedendo, tra due file di macchine in coda al semaforo, offrendosi a destra ed a sinistra mostrando una spugna gocciolante ed un sorriso di falsa, interessata cordialità. Era un sorriso antipatico, stampato su un viso bruttino, che come sempre non è il miglior lasciapassare per proporsi. Ed infatti otteneva solo gesti di deciso diniego, che generalmente si fanno agitando il dito indice e la testa con la maggiore possibile decisione, per evitare che l’altro possa comunque prendere l’iniziativa. Lui non insisteva più che tanto, e procedeva con professionalità nella sua carrellata di insuccessi.
Prima che arrivasse alla mia macchina dove probabilmente avrebbe avuto la solita risposta, il semaforo è diventato verde e lui ha invertito la marcia per tornare alla postazione di partenza, e ricominciare.
Ho guardato nello specchietto retrovisore il suo viso; era un altro uomo: triste, stanco, forse disperato.
Non ho potuto lasciarlo così e, fatto il giro dell’isolato, mi sono ripresentato a quel semaforo: eccolo lì, con il suo sorriso stereotipato; tirato giù il finestrino gli ho fatto cenno, con il pugno chiuso ed il movimento di rotazione di chi pulisce qualcosa. Lui è diventato serio e si è precipitato; mi ha pulito il vetro con grande vigore ed accuratezza accollandosi gli improperi di chi seguiva, perché il semaforo intanto era diventato verde; quando ha finito il suo “lavoro” si è presentato, ed insieme alle mille lire, date attraverso un finestrino completalmente aperto, si è sentito dire:

Grazie, c’era proprio bisogno di una bella pulita.

L’ho guardato ancora, attraverso il retrovisore: sorrideva ed il suo sorriso non era né falso né antipatico: era un bel sorriso, su un bel volto.

Roma 15 maggio 2000

Ingegnere, scrittore…