Qualcuno mi aiuta

176108_copertina_frontcover_icon140E’ il secondo romanzo, della serie “VINO BIANCO FRESCO”: Mauro e Francesca Levi vivono la loro piacevole normalità con la loro Marta, custodendo gelosamente la storia dell’inizio della loro vita in comune, una storia importante, segnata da amore, emozioni, angosce, avventure. Ma eventi drammatici concatenati vanno a stravolgere la loro esistenza, coinvolgendoli ancora una volta in un turbine di angoscie, dolore, passioni. Quando tutto sembra ormai essere perduto, sarà proprio la loro storia, il loro passato, a fornir loro lo stimolo ed il supporto per risorgere e ritrovare se stessi; il romanzo, pur non volendo impegnarsi profondamente, tocca temi importanti come il valore della vita, il mistero del coma, la nostra esigenza nella ricerca di un aiuto trascendente.

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TRAMA

Mauro e Francesca Levi vivono la loro piacevole normalità con la loro Marta, custodendo gelosamente la storia dell’inizio della loro vita in comune, una storia importante, segnata da amore, emozioni, angosce, avventure. Ma eventi drammatici concatenati vanno a stravolgere la loro esistenza, coinvolgendoli ancora una volta in un turbine di angoscie, dolore, passioni. Quando tutto sembra ormai essere perduto, sarà proprio la loro storia, il loro passato, a fornir loro lo stimolo ed il supporto per risorgere e ritrovare se stessi; il romanzo, pur non volendo impegnarsi profondamente, tocca temi importanti come il valore della vita, il mistero del coma, la nostra esigenza nella ricerca di un aiuto trascendente.

INTRODUZIONE

1) COME NASCE UN LIBRO Due anni fa scrissi un libro. Credo, senza falsa modestia, che sia un libro piacevole ed avvincente; almeno così mi hanno detto quelli che l’hanno letto, i quali, pur essendo parenti ed amici, spero che quanto meno abbiano saputo miscelare equamente sincerità e cortesia. Per quanto mi riguarda sono, e questo non è minimamente probante, un grande estimatore del mio libro: “VINO BIANCO FRESCO – storia d’amore, di tecnica, d’avventura”: continuo a leggerlo ed ogni volta mi esalto e mi commuovo. Patetico? Ma il punto è un altro: – Come mai uno, che ha sempre fatto l’ingegnere, a sessant’anni scrive un libro? A parte che non credo che il fatto sia molto fuori del comune (pare che in Italia siano più quelli che scrivono libri di quelli che li leggono), non è che poi uno si svegli una mattina e dica: – Bene, ora scrivo un libro. Lui, in fondo, ha sempre voluto farlo, ma non si è mai trovato nella condizione giusta. Per quanto mi riguarda, a me è sempre piaciuto, nei limiti della mia pigrizia, scrivere qualcosa: una poesia d’occasione, il testo di una canzone, o semplicemente la corrispondenza con una persona amica; ma, soprattutto, mi è sempre piaciuto, fin da bambino come molti, ma poi, lo dico senza vergogna, anche da grande, immaginare: delle situazioni, delle storie, anche lunghe, portate avanti “a puntate”. L’ambiente ideale per fare questo è l’automobile, quando si percorrono dei lunghi tragitti da solo; mi è capitato di viaggiare molto e non mi è mai pesato più che tanto, anche per questo: ogni viaggio era come un appuntamento, tra una puntata e l’altra, per proseguire la mia storia, poi finirla e ricominciarla, rivedendola ogni volta ed aggiungendo nuovi dettagli, telefono portatile permettendo. Ma, premesse queste disposizioni, penso che sia anche importante, specialmente per un non-professionista, lo spunto: lo spunto giusto è quello per cui ti ritrovi ad immaginare una situazione, poi una storia, del tutto spontaneamente, senza averlo deciso e senza rendertene conto. Lo spunto stimolante e la giusta condizione per portare avanti la storia sono state per me due componenti essenziali. Diversi anni fa stavamo facendo dei lavori in casa (questa per noi è una condizione praticamente stabile: facciamo sempre dei lavori in casa e, pensando di finirli quanto prima per goderci in pace il risultato, già programmiamo quali saranno i prossimi); io andai a vedere dei materiali in un negozio-esposizione di pavimenti, rivestimenti e cose di quel genere, dove fui assistito da una ragazza: era alta, bruna, con gli occhi scuri ed i capelli lisci: carina; aveva un “Henry Lloyd” celeste ed un grosso raffreddore. Questa era una situazione abbastanza normale, ma in occasione di un successivo viaggio in macchina mi ritrovai a fantasticare una situazione simile tra un giovane ingegnere (avrebbe potuto essere un po’ quello che io ero stato, molto quello che avrei voluto essere stato) ed una ragazza. Lei nel mio immaginario si è poi trasformata, velata dalla mia fantasia e dai miei ricordi: castana, occhi nocciola, capelli mossi; ma lo spunto iniziale mi aveva ormai stimolato e la storia era partita bene. Quando poi, dopo tante rielaborazioni sempre mentali, la storia finì, decisi di scriverla; il lavoro è stato lungo perché, questa volta, ho dovuto impegnare degli spazi di tempo dedicati, ma è stato, anche questo, sempre molto divertente.

2) COME NASCE UN SECONDO LIBRO Ciò che distingue uno scrittore da uno che ha scritto un libro, è che, al di là del risultato, lo scrittore, poi, se decide di scriverne un altro, lo fa. Per me è stato diverso: entusiasta del mio primo libro (mi si conceda questa debolezza) ho pensato ben presto di scriverne un altro: ma come? Io ero talmente entrato nei miei personaggi da non saperne più uscire: lui, l’ho detto, era il mio io ideale una trentina di anni prima; lei… lui ne era innamorato, ed io anche. Ormai erano dentro di me ed io dentro di loro: questo non credo sia da scrittore, non da professionista. Ho pensato di continuare la mia, la loro storia, ma non poteva andare: questa storia, se poteva piacere, a me per primo, era perché parla di due persone normali che, ad un tratto della loro vita, si trovano ad essere coinvolte in eventi eccezionali: persone nelle quali io e molti di quelli che leggono possono riconoscersi. Se la storia fosse continuata, o avrei dovuto scrivere della ritrovata normalità dei miei personaggi, e questo è molto più difficile, o avrei dovuto coinvolgerli in nuove avventure, facendo perdere loro quella credibilità e riconoscibilità: la mia storia sarebbe scivolata nella “soap opera”, nella quale in ogni puntata deve accadere qualcosa di straordinario. Nel dilemma tra gettare la penna e farmi ricordare dai posteri come scrittore di opera unica, o continuare a divertirmi, sono addivenuto ad un compromesso: andare a ritrovare i miei personaggi qualche anno dopo, quando, avendo scontato un credibile periodo di normalità

BRANI

Sandro Levi lo guardò pensieroso; poi cominciò a camminare lentamente, sorseggiando il suo aperitivo; chiuse gli occhi e scosse la testa.
– E tu, che dici… ti senti realizzato?
– Direi di sì… lei pensa al dopo…
– Già, Francesca spesso è più saggia di… noi; e farebbe tutto questo… per te; è fantastico.
– No, non è fantastico per niente – interruppe Mauro con veemenza – io sto benissimo così e noi rimarremo come siamo.
– Ma non capisci! Forse lei ha ragione, ma… la cosa fantastica è come voi due riuscite a darvi l’uno all’altro… – pensò ancora – il vostro rapporto mi ha sempre… ecco, commosso!
– Ma è Francesca… io…
– Mauro – lui gli poggiò una mano sulla spalla – credi che abbia dimenticato la tua telefonata dal Marocco: quando tu mi scongiurasti di cercare di dire a Francesca che la vostra storia, in fondo era …acqua passata… mentre invece ti struggevi dentro! Lo facevi per lei, no? E la lettera che le facesti arrivare, due anni dopo… quando la nominavi con indifferenza… ma che dico…con insensibilità, facendola soffrire! E tu, non soffrivi, forse? Lo facevi per lei! Ed ora lei lo sta facendo… per te. Io la ammiro, come ammirai te, allora. – Aveva gli occhi rossi – ecco, vedi, sto invecchiando, ora mi commuovo – disse ridendo di nervoso.
– Sandro, ma ti pare che ora molliamo tutto… qui Francesca è l’unica che domani…

***

Le due entrarono nell’auto, con entusiasmo la piccola, con garbata affettazione la madre; lo sportello fu doverosamente richiuso dal militare; poi l’auto si avviò mentre Francesca, tra l’incuriosito e il divertito, salutava con una mano, tendendo l’altra a cercare quella di Marta.
Non sentendo come si attendeva la mano della figlia si girò incuriosita: non c’era; Marta non c’era; il marciapiede era deserto. Francesca si guardò intorno incredula; non poteva essere vero, Marta era lì, un istante prima… gridò:
– Marta! – inutilmente; non c’era nessuno su tutto il marciapiede assolato.
Il terrore si impossessò di lei all’istante; corse verso il cancello e si ritrovò aggrappata ad una barriera muta: il cancello, come il portone della scuola, erano chiusi: nessuno.
Ma come era possibile! Pochi momenti prima… la festosa animazione… i bambini… il bidello che pareva controllare che tutto fosse in ordine… ed ora? Si aggrappò alla speranza: il campanello della scuola; il suono, all’interno dell’istituto si sentiva forte, ma il suo eco era come se trasmettesse l’immagine di un atrio vuoto e scuro. Il bidello, uscito l’ultimo alunno, doveva aver chiuso la scuola essersi allontanato frettolosamente.
Francesca si girò di nuovo verso la strada mentre un capogiro la stordiva; non doveva svenire, Marta non poteva essere lontana… forse qualche altra compagna… temeva che le si potesse annebbiare la vista…
– Signora, non si sente bene? – la voce era accattivante, mentre un braccio la sosteneva: era un ragazzo, di diciotto anni al massimo, riccio e con i capelli lunghi; malvestito.
– No, la mia bambina… ha visto qui intorno una bimba… con un golfino celeste…
– No… io sono arrivato adesso… ma era uscita dalla scuola?
– Sì! Proruppe Francesca disperata. Era qui con me! La prego, mi aiuti a cercarla! Io vado di qua, lei dall’altra parta. Forse avrà voltato l’angolo – Francesca si avviò.
– Un momento, signora! Non si agiti! Vedrà che la troveremo, io ho un amico, qui dietro, la cercheremo in due, va bene? La troveremo sicuramente. Golfino celeste, ha detto? – Il ragazzo era calmo in modo innaturale, pensò Francesca, ma l’offerta d’aiuto sembrava genuina.
– Va bene, fate presto, vi farò un regalo!
– Regalo! Certo non è facile trovare una bambina in una strada deserta… ma vedrà che ce la faremo! Facciamo duecentomila?

***

Mauro lesse assorto

UN PO’ DI CUORE di Liana Costa
È la solita diatriba, ma ieri la mia coscienza mi è crollata addosso come un macigno: quando finisce il nostro ruolo professionale, che ci impegna a conoscere per informare, a cercare, scavare, con impegno e passione, perché la gente sappia? Quando comincia la nostra insensibile ambizione, la nostra voglia di comparire, di superare, calpestando cose come riservatezza, sentimenti, dolore degli altri?
Ho telefonato a Mauro Caroni, il padre di una bimba in mano dei banditi, il marito di una donna che lotta tra la vita e la morte; il caso è noto.
Lui mi ha risposto con precipitazione: poteva essere una telefonata dei rapitori, o dell’ospedale; vive accanto al suo telefono consumandosi per l’angoscia: l’ho capito solo dopo, scusami, Mauro.
La risposta di Mauro Caroni non è stata rabbiosa, come avrei meritato, ma accorata: mi ha chiesto, ci ha chiesto, un po’ di cuore.
Ne ho parlato poi con il mio Direttore, un vecchio giornalista che non ha mai dimenticato il cuore, e siamo stati subito d’accordo: il nostro giornale non scriverà più nulla sul caso Caroni; non lo farà a meno che questo non serva positivamente per aiutare i protagonisti di questa triste storia.
I nostri lettori ci comprendano: se vorranno trovare qualche notizia sensazionale sul caso Caroni, da oggi dovranno cercare su altre testate.

Mauro sorrise riguardando l’articolo: Liana Costa; le era grato.
Pensò che nessuno dei suoi allievi si era fatto vivo; era grato anche a loro.

Ingegnere, scrittore…